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Collatia

Il Racconto - Approfondimenti

Il Racconto

Appuntamento alle 17:15 in Via Liberti all'altezza del civico 115, arrivo con i soliti 5 minuti di ritardo tenendo per mano mia figlia Chiara di tre anni. Trovo Daniele Grasso in macchina che mi aspettava già da qualche minuto e dopo i saluti di rito ci incamminiamo a passo spedito verso la "fine" di Via Raffaello Liberti. Ho messo la parola "fine" tra virgolette perché voglio intendere il tratto asfaltato (per modo di dire) della via dove finisce la civiltà e inizia il fantasmatico territorio dislocato tra Ponte di Nona e Colle degli Abeti.
Ho voluto utilizzare la parola “fantasmatico”, frutto del sacco di Daniele, perché superati quei dossi messi li per impedire l’accesso alle auto, si viene catapultati in un ambiente totalmente diverso fatto di erbacce, grossi sassi e pietrosi e sdrucciolevoli viottoli che si intersecano fra di loro.
Man mano che si prosegue in direzione del centro commerciale si scende costantemente fino a trovarsi accerchiati dalle palazzine di Colle degli Abeti e di Castel Verde che da li sotto sembrano essere molto più alti di quello che sono realmente. L’ambiente è surreale, sembra di stare in un deserto irregolarmente interrotto da cumuli di terra ricoperti di erba, alcuni residui edili, grossi macigni, arbusti e alberi tutto intorno che sembrano osservarti incuriositi. Percorso circa un chilometro, giunti all’altezza dell’inutile Via Monsignor Luigi Novarese che collega la rotonda di Via delle Cerquete con il nulla, ci si trova davanti un muro di tufo alto circa una quindicina di metri, al termine del quale, sulla sua sinistra, spunta in lontananza il centro commerciale di Roma Est. Ancora qualche passo tenendo la sinistra e ci si ritrova davanti l’ingresso di boschetto di pini domestici (Pinus pinea) ben formati e solo parzialmente danneggiati dall’incendio dell’estate del 2012. Questa pineta ha la caratteristica di essere abbracciato da un “anfiteatro” naturale di tufo che lo separa completamente dal resto dell’ambiente circostante. La vegetazione è rigogliosa e viva normale del sottobosco, peccato per i numerosi rifiuti umani di ogni genere sparsi un po’ ovunque (pneumatici, buste di plastica, vestiti, elettrodomestici, preservativi, ecc…).
Tornati sui nostri passi e continuando a camminare verso il centro commerciale per una ventina di metri, si arriva finalmente ai resti della Collatina Antica. Sono visibili circa una quindicina di metri disseppelliti che vanno da Nod-Est a Sud-Ovest tutti ben conservati a tal punto che ogni masso di basalto è perfettamente allineato e livellato con gli altri. Ovviamente si sono conservati in questo stato non certo grazie all’attuale intervento dell’uomo che ha ben pensato di riportarli alla luce e successivamente abbandonarli al loro destino facendoli ricoprire di erbacce e acquitrini dove la via va inesorabilmente a sparire sia da un lato che dall’altro.
Sono ben visibili anche dei resti di edifici di varia grandezza a base rettangolare che costeggiano la via. Anche questi resti sono attorniati e soffocati da erbacce alte più di un metro. Solo su alcuni tratti di muro sono stati messi dei teli di protezione ma anche questi si stanno sfaldando con il passare del tempo.
Se si prosegue in direzione Sud-Ovest, costeggiando l’ipotetica Collatina Antica, si arriva ad un altro edificio completamente sommerso dalla vegetazione a tal punto che si rischia di proseguire dritto senza accorgersene. Sembra essere un edificio con base a “L” ben diverso da quelli incontrati precedentemente. Lo stato dell’edificio è buono e i muri, almeno quelli rimasti e visibili, hanno mantenuto la loro altezza originale. A differenza degli altri edifici, qui la natura ha avuto un ruolo conservativo grazie alla presenza di piante rampicanti, arbusti e alberi, c’è anche un grande albero di fico, che inglobando lo stabile lo hanno in qualche modo difeso dagli agenti atmosferici e dal tempo.
Guardandosi intorno ci si trova in un ambiente naturale completamente diverso da quello visto precedentemente. Ci troviamo dall’altra parte del bosco dove si trova il pastore. Qui inizia l’abetaia ed è da questo posto che il quartiere prende il nome. Sembra un posto incantato e tenebroso. Alti e maestosi abeti bianchi (Abies alba) raggiungono facilmente i trenta metri, alcuni vigorosi e ben conservati altri con fronde diradate e cortecce scavate che incutono una sensazione di pochezza ed esiguità in colui che li osserva . Qui l’uomo ha poche colpe. Questa è madre natura che fa il suo corso. Girando intorno all’edificio in direzione SUD si raggiunge il famoso fosso Benzone. Si tratta di un canale d’acqua che prende il nome dal casale posto a poche centinaia di metri da qui. L’acqua è pressoché stagna ma si riesce a vedere il fondo sabbioso e, purtroppo, i soliti rifiuti della bestia umana. Peccato perché nonostante sia un terreno acquitrinoso c’è la possibilità di vedere numerose specie vegetali tipiche delle paludi e altrettanti animali, rettili, mammiferi e volatili, che vivono grazie alla presenza di questi pantani. Ed arriviamo al momento più brutto. Volevamo inoltrarci nell’abetaia per poi magari ricongiungerci con via Nicola Saliola (Ex Via Mejo de Gnente) e ritornare al punto di partenza realizzando una sorta di anello e invece ecco che cominciammo a sentire lo scampanellare del gregge di pecore diventare sempre più vicino ed in un attimo ecco arrivare due grossi cani pastore abbaiare e ringhiare minacciosi verso di noi. La fortuna mia è che c’era Daniele, a quest’ora avrebbero fatto l’antipasto con mia figlia, che tenevo a cavalluccio, e primo, secondo e contorno con il sottoscritto. Ho avuto talmente tanta paura che non riesco a capacitarmi di come le foto fatte successivamente non siano venute mosse.
Tornati indietro senza mai dare le spalle al gregge e soprattutto ai cani, appena fuori pericolo abbiamo fatto ritorno a casa ripercorrendo la strada fatta in precedenza.

Considerazioni

Si tratta di una bella passeggiata che dura poco più di un ora dove si viene immersi in un ambiente caratterizzato da varie sfaccettature. Si passa infatti da un terreno sassoso ed erboso ad uno boschivo e paludoso. E' forte la presenza di varie specie di volatili dalla comune cornacchia ai rondoni e piccoli rapaci così come rettili e anfibi vari come una nutrita comunità di rane che si fanno sentire senza timore.
E’ un vero peccato che tutta l’area sia abbandonata all’inciviltà dell’uomo. Cumuli di detriti di ogni genere spuntano in ogni dove rovinando quel poco di ambiente naturale che cerca di sopravvivere intatto.
Per non parlare dello stato di conservazione dei reperti archeologici. Sono state spese centinaia di migliaia di euro per riportare alla luce un bene inestimabile per poi lasciarlo abbandonato senza alcuna precauzione.
Capisco e approvo inoltre la reazione dei cani pastori nei nostri confronti. Stavano facendo il loro dovere e lo hanno fatto nel migliore dei modi ma mi chiedo perché io non posso avere la libertà di farmi una passeggiata con mia figlia senza correre il rischio di essere aggredito? Se qualcuno si fosse imposto in modo deciso e avesse fatto rispettare lo spostamento del pastore e del gregge previsto per il 10 Aprile 2013 magari avrei potuto evitare cinque brutti minuti passati immobile e terrorizzato davanti a due cani più alti di me che mi abbaiavano minacciosi e avrei potuto proseguire la mia passeggiata senza pericolo. E invece no.
Basterebbe un pizzico di buona volontà da parte di tutti per vivere un pochino meglio e poter godere e beneficiare dei beni che ci circondano a “due passi” da casa nostra.
Ma siamo ancora troppo egoisti per vedere al di la del nostro ombelico.