Lago della Duchessa
Il Racconto
Dopo esserci sgranchiti le gambe dopo tanti anni con la passeggiata sul monte Soratte,
il 19 e 20 Aprile abbiamo deciso di affrontare un escursione più lunga e difficile. Dopo aver consultato diversi itinerari,
le nostre attenzioni sono ricadute sulla catena dei monti del Velino e in modo particolare sulla "Riserva Naturale
Montagne della Duchessa".
Il Viaggio
Il tempo era pessimo e minacciose nuvole nere si addensavano sempre di più proprio nella nostra direzione.
Accompagnati da un'incessante e costante pioggerellina che bagnava il manto stradale della A24, l'unico
ristoro sono state due soste agli Autogrill: il primo per fare colazione il secondo per liberare i nostri
corpi da strani rumori intestinali
Presa l'uscita Valle del Salto, subito si sono mostrate davanti a noi le alte montagne della Duchessa dove minacciose nuvole nere nascondevano le loro cime rendendo il tutto ancor più maestoso e spaventoso... e sono iniziati i problemi.
Il percorso ci diceva di raggiungere Cartore, un antico e caratteristico agglomerato rurale di circa dieci casette è di origine romana attualmente utilizzato per trascorrere momenti di relax in un ambiente incontaminato e come base di partenza per escursioni naturalistiche. Il problema è che, appena fuori dal casello autostradale i pochi e solitari abitanti di Corvaro a cui abbiamo chiesto informazioni ci indicavano una strada che, pur arrivando comunque a Cartore, era tranquillamente percorribile da una Jeep Grand Cherokee non certo da una Clio 1.2 con 180.000 km alle spalle!!!. Abbiamo perso oltre un ora avanti e indietro per cercare Cartore ma alla fine, leggendo e rileggendo la cartina stradale ci siamo orientati e siamo finalmente arrivati...al punto di partenza. Per sicurezza riporto la strada da fare all'uscita del casello autostradale.
Presa l'uscita Valle del Salto, subito si sono mostrate davanti a noi le alte montagne della Duchessa dove minacciose nuvole nere nascondevano le loro cime rendendo il tutto ancor più maestoso e spaventoso... e sono iniziati i problemi.
Il percorso ci diceva di raggiungere Cartore, un antico e caratteristico agglomerato rurale di circa dieci casette è di origine romana attualmente utilizzato per trascorrere momenti di relax in un ambiente incontaminato e come base di partenza per escursioni naturalistiche. Il problema è che, appena fuori dal casello autostradale i pochi e solitari abitanti di Corvaro a cui abbiamo chiesto informazioni ci indicavano una strada che, pur arrivando comunque a Cartore, era tranquillamente percorribile da una Jeep Grand Cherokee non certo da una Clio 1.2 con 180.000 km alle spalle!!!. Abbiamo perso oltre un ora avanti e indietro per cercare Cartore ma alla fine, leggendo e rileggendo la cartina stradale ci siamo orientati e siamo finalmente arrivati...al punto di partenza. Per sicurezza riporto la strada da fare all'uscita del casello autostradale.
Zaino in spalla!
Dopo un lungo tragitto di strada sterrata, siamo arrivati al piccolo borgo di Cartore, dove, una volta parcheggiata
la macchina, sistemato e controllato tutto l'occorrente per l'escursione, zaino in spalla e siamo partiti...non prima
di scambiare due chiacchiere con due ragazzi giunti di li a poco: ne venivano dal Gran Sasso ma avevano dovuto cambiare meta
perché "non potevano proseguire per il canale che volevano affrontare poiché la funivia era chiusa a causa del cattivo tempo".
Li per li io e Valerio non ci rendemmo conto di chi avevamo di fronte ma lo avremmo scoperto a breve.
Appena lasciato Cartore e aver salutato tre boscaioli mascherati da contadini ma che in verità erano pastori ci siamo trovati davanti un bivio dal quale hanno inizio i percorsi "2B" (il nostro) e "2C" (quello scelto per il ritorno) che portano entrambe al Lago della Duchessa. Un consiglio che ripeterò all'infinito: Non fate il percorso 2C!.
Non ne vale la pena, è più lungo, più faticoso, il sentiero è stato spianato da ruspe e si scivola continuamente sul brecciolino.
Appena lasciato Cartore e aver salutato tre boscaioli mascherati da contadini ma che in verità erano pastori ci siamo trovati davanti un bivio dal quale hanno inizio i percorsi "2B" (il nostro) e "2C" (quello scelto per il ritorno) che portano entrambe al Lago della Duchessa. Un consiglio che ripeterò all'infinito: Non fate il percorso 2C!.
Non ne vale la pena, è più lungo, più faticoso, il sentiero è stato spianato da ruspe e si scivola continuamente sul brecciolino.
Il Vallone di Fua
Imboccato il sentiero 2B abbiamo subito iniziato a salire...salire...salire...fino al Lago della Duchessa il sentiero è in
continua salita. Si inizia passando per il "Vallone di Fua", una straordinaria gola selvaggia e pittoresca con tratti di sentiero
posti in zone rocciose e impervie. Il tempo stava dalla nostra parte: c'era molto vento e le nuvole andavano e venivano ma per
fortuna non pioveva.
Fuori allenamento e carichi come a muli ci saremo fermati una decina di volte. E' stato un momento abbastanza brutto perché ad un tratto siamo stati colti dallo sconforto e dalla fatica ma per fortuna Valerio aveva portato con se vari tipi di integratori "miracolosi"...sono serviti a poco e a niente. Ad un tratto, tra una pausa e l'altra, sentiamo dietro dei noi rumori scanditi a ritmo incessante e regolare..."tic...tac...tic...tac...": erano i due ragazzi che avevamo lasciato mezz'ora prima al parcheggio che, equipaggiati di tutto punto, venivano su per il vallone ad un ritmo incredibile...due macchine a vapore. Io e Valerio ci siamo guardati un attimo negli occhi, abbiamo aspettato che passassero e per rifocillarci dopo questo smacco abbiamo deciso di fermarci ancora un'altro po'!!
Il vallone è caratterizzato da un bosco misto, da terrazzini rocciosi di cui uno è stato provvisto di una catena ancorata alla parete e quindi, verso il tratto finale, da una bella faggeta.
Fuori allenamento e carichi come a muli ci saremo fermati una decina di volte. E' stato un momento abbastanza brutto perché ad un tratto siamo stati colti dallo sconforto e dalla fatica ma per fortuna Valerio aveva portato con se vari tipi di integratori "miracolosi"...sono serviti a poco e a niente. Ad un tratto, tra una pausa e l'altra, sentiamo dietro dei noi rumori scanditi a ritmo incessante e regolare..."tic...tac...tic...tac...": erano i due ragazzi che avevamo lasciato mezz'ora prima al parcheggio che, equipaggiati di tutto punto, venivano su per il vallone ad un ritmo incredibile...due macchine a vapore. Io e Valerio ci siamo guardati un attimo negli occhi, abbiamo aspettato che passassero e per rifocillarci dopo questo smacco abbiamo deciso di fermarci ancora un'altro po'!!
Il vallone è caratterizzato da un bosco misto, da terrazzini rocciosi di cui uno è stato provvisto di una catena ancorata alla parete e quindi, verso il tratto finale, da una bella faggeta.
Il Vallone di Fua, anche se di notevole difficoltà, offre stupendi panorami. Consigliamo vivamente di fermarsi
qualche minuto e di voltarsi indietro di tanto in tanto per rimanere in assoluta contemplazione dello spettacolo
che ci viene regalato.
Il Vallone del Cieco e Le Caparnie
Raggiunta quota 1600 circa, superato un caratteristico gradino scavato nella roccia conosciuto con il nome di
"Passo di Fabriano", si entra nel Vallone del Cieco che, dopo un 1 ora e mezza di cammino sbuca in località
"Le Caparnie" a 1700 metri. Questa è una caratteristica valle molto lunga che si estende fra il monte Morrone
a Nord e Murolungo a Sud. Con una lunghezza di poco meno inferiore 1 km e mezzo, in questa valle è possibile
trovare 5 piccoli rifugi in muratura utilizzati in estate dai pastori di Santa Anatolia. Anche se tutti e 5 i rifugi sono
aperti, quello contrassegnato con il numero cinque è a disposizione degli escursionisti, mentre presso il numero tre c'è
acqua corrente proveniente dalla fonte di Salomone che si trova, poco più a monte a quota 1836 metri. All'interno dei 5
rifugi la pulizia lascia molto a desiderare. Ci si trovano anche dei letti ma vi consigliamo vivamente di non sdraiarvici...
ne vale della vostra vita. Ogni rifugio è comunque dotato di camino e in caso di pioggia, grandine, neve e bufera può
rivelarsi addirittura anche molto accogliente!!
Lago della Duchessa
Proseguendo in direzione Est, oltrepassando l'ultimo rifugio sulla propria sinistra, si prosegue per il Lago della Duchessa.
Occorre superare una serie di valloni stretti e, raggiunta la sommità di un piccolo poggio a quota 1802 metri, dal quale,
come di incanto compare ai nostri occhi il fatidico lago posto a 1788 metri di altitudine. Il luogo ci è apparso affascinante
e incantevole. Avvolto da una coltre di neve, il Lago della Duchessa, circondato a nord dal monte Morrone e a sud dalla lunga
dorsale del Murolungo, sorge in uno spettacolare anfiteatro naturale. Vista la meraviglia del posto, anche se tormentati da
un vento gelido e pungente da far bruciare la pelle, ci siamo fermati un bel po' ad ammirare quello spettacolo incontaminato.
La dura fatica è stata pù che ripagata.
Campo e Ritorno
Non trovando un posto adatto dove montare la tenda intorno al lago, essendo il terreno tutto scosceso e pieno di neve,
tornammo indietro a "Le Caparnie" e, visitati i cinque rifugi uno ad uno, decidemmo di accamparci al primo rifugio che
si incontra provenendo dal Vallone del Cieco. Questo rifugio si differenzia dagli altri perché presenta una veranda
attrezzata con un tavolo e due panche, e una sorta di rialzo con braciere davanti al rifugio per poter accendere un fuoco
all'esterno in tutta sicurezza. Abbiamo montato la tenda sulla destra del rifugio per avere una maggior protezione dal
forte vento e una volta sistemati gli zaini al suo interno ci siamo riposati godendoci il lieve tepore di un sole di fine
inverno che a fatica era uscito nel primo pomeriggio. Cenato presto e messi a nanna ci siamo risvegliati con il sopratelo
della tenda completamente ghiacciato a tal punto che i lembi delle cerniere di chiusura era diventai rigidi come lastre
di marmo. La giornata però si prospettava bella. Il vento era calato, le nuvole scomparse e un bel sole cominciava a far
capolino dalle alture che ci dividevano dal Lago della Duchessa. Fu così che, fatta colazione, smontata la tenda e sistemati
gli zaini, abbiamo ripreso la via del ritorno passando per il sentiero "2C"...nostro malgrado! La prima parte del sentiero
è assai bella per i panorami che offre. Si sale dritti per dritti fino a 1770 metri circa avendo la possibilità di ammirare
Murolungo con "Le Caparnie" sulla propria sinistra e le varie vette delle Montagne della Duchessa con il Monte Morrone
sulla destra. Appena giunti sulla cresta si comincia a scendere velocemente passando per il fitto "Bosco di Cartore"
caratterizzato da faggi secolari, aceri e ginepri. Ed è qui che abbiamo avuto la fortuna di fare un gradito incontro.
Giunti ad un bivio a quota 1600 circa, che in seguito abbiamo scoperto a nostre spese riportare nel Vallone del Cieco
invece che nella Valle della Cesa, sentiamo dietro di noi un veloce calpestio e un susseguirsi di rami spezzati.
Voltandoci di scatto, scorgiamo, proprio sul sentiero dove eravamo passati pocanzi, tre caprioli di diversa statura che,
fermandosi un istante, ci danno una rapida occhiata per poi proseguire la loro corsa e scomparire nella vegetazione.
Un attimo che è durato un eternità e che ci ha lasciati in uno stato di estasi totale, un piacere intenso da provocare
una forte emozione a tal punto che al bivio invece di prendere a destra siamo andati a sinistra. Il tutto fin quando non
ci siamo affacciati sul Vallone del Cieco. Tornati indietro e ripresi i nostri passi siamo sbucati in una piana conosciuta
con il nome di "Pietra Grossa" poiché è caratterizzata da un ciclopico masso. E purtroppo da qui iniziano i dolori.
Da Pietra Grossa a Cartore il classico sentiero di montagna scompare lasciando il posto ad un orribile strada sdrucciolevole
piena di tornanti e sicuramente realizzata con la ruspa. Scivolosa, con una pendenza assurda e larga. Ecco perché all'inizio
ho sconsigliato di fare il percorso 2C: E' brutto e massacrante sia in salita che in discesa. Pian piano siamo arrivati a
Cartore e vi lascio immaginare in che condizioni: Valerio aveva le gambe spezzate e le ginocchia erano ormai da sostituire
così come i miei scarponi che, dopo anni e anni di meritevole servizio, si sono aperti in due come le cozze o meglio come
i miei piedi: si erano lessati e somigliavano a due patate cotte in pentola a pressione con tutta la buccia. Felici comunque
dei due giorni trascorsi (e soprattutto per essere tornati vivi), ci siamo stravaccati addosso alla Clio e abbiamo festeggiato
con gli ennesimi due dei venti panini che la premurosa mamma Roberta ci aveva preparato. E anche questa escursione è andata!
































